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"Some men see things as they are and ask: why? I dream things that never were and ask: why not?" Robert Kennedy


 

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17 gennaio 2009

http://www.rainews24.it/ran24/rainews24_2007/magazine/chiosco/16012009.asp




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22 febbraio 2008

Intervista a Benita Ferrero Waldner: In Medio Oriente l’Europa sta facendo la sua parte

Di Daniele Marchesi e Raffaello Matarazzo

 BRUXELLES - È tempo di cambiamenti per la politica estera europea. Se verrà ratificato, il trattato di Lisbona introdurrà una serie di riforme nelle relazioni esterne dell’Unione europea che trasformeranno il complesso equilibrio istituzionale di questo settore. Ne parliamo con il commissario europeo alle Relazioni esterne Benita Ferrero Waldner partendo da




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19 febbraio 2008

L’Iran va alle urne: verso una nuova sconfitta dei radicali?

Di Raffaello Matarazzo

TEHERAN - Il prossimo 14 marzo si svolgeranno le elezioni del Majlis, l’Assemblea consultiva islamica che, pur non avendo gli stessi poteri dei parlamenti occidentali, svolge un ruolo non secondario nel sistema istituzionale iraniano. Si tratta di una scadenza molto sentita sia dai cittadini che dalla classe politica del paese. Leggi qui


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19 febbraio 2008

Philip Gordon, consigliere di Barack Obama: “l’America è pronta a tornare al multilateralismo. Ma gli europei dovranno darci una mano”

 WASHINGTON - Visibilmente soddisfatto per i risultati ottenuti da Barack Obama nelle primarie del “super Martedi”, Philip Gordon, consigliere per la politica estera del senatore democratico e noto analista politico alla Brookings Institution di Washington, commenta ottimista: “strutturalmente, l’America non è più rigidamente divisa in due come fu nel 2000 e nel 2004, ma ha una chiara maggioranza democratica”. “Questo”, Gordon spiega, “agevolera” un ritorno al multilateralismo in politica estera, ma gli europei ci dovranno aiutare: è stato comodo finora per l’Europa sottrarsi ad alcune responsabilità internazionali con la scusa che si sarebbe fatto “l’interesse di Bush”. Continua qui


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15 gennaio 2008

Intervista a D'Alema: per l'Italia un ruolo nuovo in Medioriente

 L’Italia ha svolto un ruolo importante nella preparazione della Conferenza di Annapolis per il rilancio del processo di pace tra Israele e palestinesi. Si è adoperata in particolare, per la partecipazione dei Paesi arabi, che è stata senza precedenti. Oggi la diplomazia italiana è di nuovo al lavoro in vista dell’appuntamento del 17 dicembre a Parigi, dove si incontreranno i Paesi donatori per la Palestina. È dunque un ruolo attivo quello che, in questa intervista, il ministro degli Esteri Massimo D’Alema rivendica all’Italia in campo internazionale. D’Alema tocca tutti i temi più attuali, dal Medio Oriente al Mediterraneo, dall’Iran alla Russia, dal Pakistan all’Afghanistan, delineando i compiti della politica estera italiana su tutti gli scenari più complessi di un mondo “che presenta certo molti rischi, ma anche grandi opportunità”.

15 gennaio 2008

Vali Nasr: Europa e Stati Uniti investano di più nel dialogo con gli sciiti

 L’aumento del potere degli sciiti in Medio Oriente sta determinando un maggiore pluralismo nella vita politica del mondo musulmano. Questo li rende, in linea di principio, più portati a collaborare sia con l’Europa che con gli Stati Uniti che però, fino ad oggi, non hanno saputo riconoscere le potenzialità della loro ascesa. È la tesi di fondo che Vali Nasr sostiene in questa intervista ad AffarInternazionali,in cui parla anche delle sanzioni all’Iran e delle complesse prospettive del Libano.


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14 giugno 2005

The Boy...

Ieri, per rifarmi un po' dell'amarezza del risultato del referendum, sono stato alla presentaqzione di The Boy, l'ultimo libro di Andrea Romano sulla vicenda politica di Tony Blair. In serata ho iniziato a leggerlo e si preannuncia interessante e vivace, ricco di stimoli anche per la sinistra italiana.
Se vi capita, dategli un'occhiata...

http://www.libreriauniversitaria.it/BIT/8804534125/The_boy__Tony_Blair_e_i_destini_della_sinistra.htm




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1 dicembre 2004

STATUNITENSI CHIEDONO SCUSA AL MONDO

Nel numero estivo di <> era segnalato un sito "per chiedere scusa", nato come operazione promozionale di un romanzo e utilizzato soprattutto per richieste di perdono rivolte ad amici, amanti e familiari. Più di recente, sembra che una percentuale non piccola di statunitensi abbia sentito il bisogno di scusarsi per un motivo di carattere più generale e - letteralmente - globale.
Così, uno studente californiano ha creato il sito "SorryEverybody.com" <http://www.sorryeverybody.com>, per consentire agli americani che si sentono in colpa di chiedere scusa al mondo per la rielezione di George W. Bush.
Lo studente ha utilizzato lo spazio web messo a disposizione dalla sua università, ma dopo pochi giorni l'ateneo è stato costretto a correre ai ripari perché l'iniziativa ha avuto un tale gigantesco successo e tanto alto è stato il numero di messaggi e fotografie di pentimento inviate dagli americani, da mandare in tilt l'intera infrastruttura informatica dell'università



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23 novembre 2004

Sottoscrivi!

Invito caldamente a sottoscrivere e promuovere questo saggio appello




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18 novembre 2004

Evviva Condy Condy!!!

Condoleezza Rice, il nuovo Segretario di Stato dell'amministrazione americana, si alza tutte le mattine alle 5.00 per fare un'ora di tapì rulant, è nel suo ufficio prima delle sette del mattino, va a letto la sera verso le 22.00. Rigorosamente da sola... e te credo! (fonte IHT




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15 novembre 2004

Si è dimesso Colin Powell.

L'ultima colomba immolata sull'altare dei falchi. Pessimo esordio di Bush due.




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15 novembre 2004

Nostalgia canaglia...

Il mio viaggio in Arizona per John Kerry.

 

Lo scorso anno nel posto dove lavoro è venuto a fare uno stage un ragazzo americano laureando all’Università di Harward, di nome Chris. A dispetto delle aspettative altisonanti suscitate dalla notorietà della sua Università, Chris è un ragazzo molto alla mano figlio di insegnanti del New Jersey, simpaticissimo e con una gran voglia di vivere. Siamo subito diventati amici, e per tre mesi l’ho scorrazzato in giro per l’Italia facendogli conoscere un po’ del nostro meraviglioso paese. La sera, a volte, l’ho portato anche alla festa dell’Unità di Roma, raccontandogli un po’ della storia politica italiana e mettendolo in contatto con una parte del mondo ex comunista dove un tempo i suoi concittadini credevano si mangiassero i bambini. Alla festa dell’Unità Chris, invece, si è innamorato delle salsicce…

Così quest’anno, ad Agosto, lui ha pensato di ricambiare l’accoglienza invitandomi niente popò di meno che in Arizona, nel ventre dell’America profonda, a fare la campagna elettorale per il candidato alle elezioni presidenziali John Kerry. Lì il fratello maggiore di Chris, Mike Moffo, a soli ventiquattro anni era il coordinatore territoriale della campagna del partito Democratico.

Il “Quartier Generale” dei democratici era a  Phoenix, la capitale, una città molto vasta, piena di grattacieli senza grande identità, priva di un vero e proprio centro e dove d’estate la temperatura raggiunge i 45 gradi.

All’arrivo dall’interminabile viaggio aereo, esausto dal sole che mi inseguiva da 24 ore senza mai tramontare, Chris mi ha accolto a braccia aperte sventolando la sciarpetta della Roma che gli avevo regalato l’anno prima. Senza neanche passare a casa a scaricare i bagagli ci siamo precipitatati alla sede del Comitato: un prefabbricato basso basso, fra quel mare di grattacieli, ma con un clima accogliente e molto operoso (a parte l’aria condizionata che era quasi da colpo apoplettico!). Le montagne di volantini e manifesti rendevano l’atmosfera non molto dissimile da quella dei tanti comitati elettorali già frequentati in Italia. A farmi ricordare che ero dall’altra parte del mondo però, erano le due bellissime foto di Bob Kennedy e  Martin Luther King che si stagliavano sulla parete di fondo della stanza più grande. Quando le ho viste ho provato una grande emozione e mi sono sentito decisamente a casa.

Ovunque sui muri c’erano mappe: Phoenix era stata suddivisa, quasi strada per strada, in tanti piccoli riquadri colorati in base all’orientamento politico delle precedenti elezioni (quelle del 2000). Partendo da queste mappe molti volontari si lanciavano in un preciso ed estenuante porta a porta in cui sapevano, già prima di bussare alla porta, quale era l’orientamento politico del residente e quindi quale tipo di messaggio destinargli: convincerlo a tornare a votare se aveva votato per i democratici, spiegare nel dettaglio le proposte di Kerry se aveva votato per i repubblicani. Questo era possibile perché in America i cittadini per votare si devono iscrivere a delle liste pubbliche, dichiarando (in alcuni Stati) anche cosa hanno votato alle precedenti elezioni. Alcuni volontari, all’interno del comitato, venivano appositamente allenati ad affrontare i contraddittori.

Guardando la mappa dell’Arizona si capiva subito che la strada sarebbe stata in salita: il rosso (colore dei repubblicani) dominava un po’ ovunque. Questo però non sembrava minimamente scoraggiare i tantissimi giovani che, con entusiasmo e grinta ammirevoli, lavoravano lì dentro dalla mattina presto alla notte. Erano quasi tutti neolaureati provenienti da ogni parte d’America, che avevano già lavorato durante le primarie per Kerry o per gli altri candidati democratici. La cosa che più mi ha colpito nei giorni in cui ho lavorato li, è che nonostante la giovanissima età ed i ritmi molto stressanti, fra loro c’era un grandissimo spirito di collaborazione, nessuna competizione e una chiara distinzione dei ruoli. Tutti erano dotati di una grande cultura dell’organizzazione.

L’accoglienza nei miei confronti, forse perché ero stato presentato da Chris, è stata molto  calorosa. Li entusiasmava l’idea che un consigliere municipale di Roma avesse fatto tutti quei chilometri per andare a dargli una mano. Mi hanno subito riservato una scrivania con un computer portatile e mi hanno fatto un’infinità di domande sulla mia attività politica in Italia. Poi hanno organizzato una festa di benvenuto e  mi hanno fatto ubriacare come una zucchina…

A mia insaputa i ragazzi avevano preparato delle locandine con il mio nome e la scritta “Special Guest, Rome city councilor and Research Fellow Raffaello Matarazzo”, che distribuivano nelle “riunioni di caseggiato” (Houseparties)  dove io ero invitato a fare un breve discorso agli elettori americani. Nell’intervento (di circa venti minuti) spiegavo le ragioni per le quali in Europa eravamo molto preoccupati dell’ipotesi di una rielezione di Bush (sigh!) e speravamo nell’elezione di Kerry per un miglioramento del clima politico internazionale. Notavo sempre una certa curiosità nei miei confronti. Molti arizonesi, mi spiegava Chris, non avevano mai incontrato un italiano “in carne e ossa”, perché poco inclini a viaggiare, anche se avevano spesso sentito parlare delle meraviglie del Belpaese. Al termine dell’ intervento i presenti di solito mi facevano domande sull’Europa, su cosa pensavamo della guerra in Iraq, su cosa si pensava di Bush in Italia e, per fortuna raramente, su cosa stesse combinando Berlusconi…

Facendo la campagna elettorale con gli altri ragazzi, abbiamo girato anche diverse cittadine del nord, vicine allo storico Grand Canyon, come Flagstaff, Kingman, o del Sud, come Tucson, e ciò mi ha consentito di entrare nelle case di molti americani “della periferia” o di scambiarci quattro chiacchiere mentre gli davamo i volantini per strada. Nel corso del viaggio non mi è mai capitato di incontrare quell’America cinica ed ignorante che spesso ci immaginiamo da qui, bensì  ho incontrato molta gente, come da noi, preoccupata per la sicurezza del proprio paese e per il futuro del nostro pianeta, angosciata da come arrivare alla fine del mese o dal fatto di non poter garantire l’assistenza sanitaria a se stessi o ai propri figli.  

Il viaggio, durante il quale abbiamo dormito un po’ovunque, spesso anche per terra, è stata un’avventura bellissima e ricca di emozioni, fino a quella della stretta di mano con Kerry in occasione del suo comizio a Flagstaff. Non dimenticherò mai il grintoso entusiasmo dei tanti giovani democratici del comitato di Phoenix. Come mai prima d’ora, ho conosciuto un paese profondamente operoso e dinamico, individualista ed iperconsumista, aperto ma molto spaventato. Ma la sensazione più forte che mi porto dentro è quella di un paese in cui, nonostante l’attuale Presidente, ci sono tante, tantissime persone che politicamente la pensano come noi su molte questioni importanti, dalla sanità pubblica alla guerra, dal Protocollo di Kyoto all’ONU, dal Tribunale penale internazionale fino alla pena di morte. Quest’America il 3 novembre scorso ha perso insieme a noi. Sarebbe davvero un peccato se, risentiti contro la politica di Bush, nei prossimi quattro anni noi europei ci allontanassimo anche da loro. 

 




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12 novembre 2004

L'Unione Europea e L'Iraq

Ecco cosa sta facendo, lontano dai nostri occhi, L'Unione Europea per l'Iraq. Non poco, ma non ancora abbastanza.




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12 novembre 2004

I socialisti francesi.

La discussione sulla Costituzione europea all'interno del partito partito socialista francese  di cui parla anche il Riformista di oggi ha dei lati positivi perchè ha coinvolto molti militanti in un grande dibattito anche sul merito delle questioni (cosa che avrebbe fatto bene anche a noi). Ma certo mi sembra ribadisca, per molti aspetti, una certa "arretratezza" di elaborazione della sinistra francese rispetto ad alcune sfide fondamentali della nostra epoca. Su alcuni temi a mio avviso noi siamo un po', ma non molto, più avanti.




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9 novembre 2004

Le streghe cattoliche di Buttiglione

Sulla prima pagina di Le Monde di oggi viene dato rilievo all'iniziativa di Buttiglione e Ferrara sabato scorso a Milano sulla proposta di fondare un movimento "teo-con" sull'onda della vittoria di Bush e del no di Strasburgo a Buttiglione Commissario, definito dallo stesso come "Un dono di Dio...". C'è di che cominciare a preoccuparsi?




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8 novembre 2004

Ricucire lo strappo transatlantico...

Dopo la vittoria di Bush, in Europa si è riaperto il dibattito su come ricucire lo strappo con gli USA. Un fumantino diplomatico tedesco responsabile dei rapporti fra Berlino e Washington propone agli USA neo tradizionalisti di ricucire con la Germania in quanto avanguardia religiosa (teologista addirittura...") del vecchio continente. Si è davvero aperta la deriva antimoderna paventata da "blogorrea..."? 




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7 novembre 2004

"Nun fà la politica..."

Diceva Dulce Pontes in una bella canzone del suo fado portoghese. Alcuni commenti al mio post precedente riecheggiano questo adagio, perchè la politica, si dice, non è gratificante... Ci ho pensato tante volte nei momenti di crisi, domandandomi se, in fondo, ne valesse davvero la pena. Beh, la politica è qualche cosa che, nelle diverse forme nelle quali la si può concepire, non si riesce a non fare. La forza del suo richiamo è qualcosa che ha a che fare con l’etica, con la passione per la comunità in cui si vive ed i suoi destini. Il senso della collettività ed il desiderio di darle una prospettiva positiva. Cercando di condividerla con gli altri la si dà anche a se stessi. Per questo fra le mie passioni, alla fine, è quella che è prepotentemente prevalsa. Ma della politica, oltre all’aspetto etico, il lato che a me davvero affascina è quello “epico”. Quello, ovvero, della battaglia a viso aperto, con coraggio e fino in fondo, per le proprie idee e per i propri valori. In nome dei quali, come è accaduto tante volte nella storia, si può anche morire. Ecco perché la politica nella sua accezione più alta rimane, secondo me, la più nobile, e probabilmente anche la più difficile, delle arti.




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5 novembre 2004

Stare un po' giù.

Beh, oggi la botta è arrivata. Non so quanto c'entrino le elezioni americane, quanto il clima che si respira in questo incasinato mondo, quanto i fatti miei (che poi non so neanche bene quali) ma oggi mi sono sentito triste. Non è costume, al giorno d'oggi, rendere pubblici certi stati d'animo, ma spero possa evere un effetto catartico. La tensione cala, le speranze vanno rimodulate, gli obiettivi ridefiniti. Quanto serve l'analisi a lenire questo senso di impotenza? la condivisione certamente serve, non so quanto quella virtuale, sui blog, meno "energetica" degli scambi diretti. Sto per andare ad un concerto nei locali del mio vecchio liceo, l'austero Visconti. la musica a volte aiuta. A volte.




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4 novembre 2004

E' morto Yasser Arafat

Premio Nobel per la Pace nel 1994. In questi ultimi dieci anni, quanti passi avanti abbiamo compiuto?




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4 novembre 2004

La lezione di Kerry

Nella storia delle campagne elettorali americane lo sfidante è riuscito a vincere solo nei casi in cui, come Clinton, è riuscito a trovare un messaggio positivo ed unificante per tutto il paese. In questo caso era davvero difficilissimo, a causa dell'aggressività di Bush e della difficile situazione di guerra. Credo che la ragione di fondo della sconfitta sia prorpio nel non essere riusciti a trovare questo messaggio positivo, che è il primo compito di ogni politica e di ogni leader politico. Come viene sottolineato in questa intelligente analisi della sconfitta




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4 novembre 2004

La lettera di John Kerry.

Questa è la lettera che Kerry ha inviato alle decine di milioni di cittadini Democratici che hanno lavorato per un esito diverso di questa campagna elettorale. Metà dell'America, molto più vicina a noi di quella di Bush, oggi si sente persa e prigioniera. Da oggi dovremo lavorare anche con lei per ricostruire un percorso comune ed un'alternativa fra quattro anni. Fin da subito, perchè siamo davvero in molti.

Dear Supporter,

Earlier today I spoke to President Bush, and offered him and Laura our congratulations on their victory. We had a good conversation, and we talked about the danger of division in our country and the need, the desperate need, for unity for finding the common ground, coming together. Today, I hope that we can begin the healing.

In America, it is vital that every vote counts, and that every vote be counted. But the outcome should be decided by voters, not a protracted legal process. I would not give up this fight if there was a chance that we would prevail. But it is now clear that even when all the provisional ballots are counted, which they will be, there won't be enough outstanding votes for our campaign to be able to win Ohio. And therefore, we cannot win this election.

It was a privilege and a gift to spend two years traveling this country, coming to know so many of you. I wish I could just wrap you in my arms and embrace each and every one of you individually all across this nation. I thank you from the bottom of my heart. Thank you.

To all of you, my volunteers and online supporters, all across this country who gave so much of themselves, thank you. Thanks to William Field, a six-year-old who collected $680, a quarter and a dollar at a time selling bracelets during the summer to help change America. Thanks to Michael Benson from Florida who I spied in a rope line holding a container of money. It turned out he raided his piggy bank and wanted to contribute. And thanks to Alana Wexler, who at 11 years old and started Kids for Kerry.

I thank all of you, who took time to travel, time off from work, and their own vacation time to work in states far and wide. You braved the hot days of summer and the cold days of the fall and the winter to knock on doors because you were determined to open the doors of opportunity to all Americans. You worked your hearts out, and I say, don't lose faith. What you did made a difference, and building on itself, we will go on to make a difference another day. I promise you, that time will come -- the election will come when your work and your ballots will change the world, and it's worth fighting for.

I'm proud of what we stood for in this campaign, and of what we accomplished. When we began, no one thought it was possible to even make this a close race, but we stood for real change, change that would make a real difference in the life of our nation, the lives of our families, and we defined that choice to America. I'll never forget the wonderful people who came to our rallies, who stood in our rope lines, who put their hopes in our hands, who invested in each and every one of us. I saw in them the truth that America is not only great, but it is good.

So here -- with a grateful heart, I leave this campaign with a prayer that has even greater meaning to me now that I've come to know our vast country so much better and that prayer is very simple: God bless America.

Thank you,

John Kerry

John Kerry






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3 novembre 2004

Game Over.

Dalle 17.20 di oggi, ora italiana, Europa e Stati Uniti sono lontane come non erano da molti decenni. Quello che l'Europa quasi unanimemente considera il peggior Presidente americano degli ultimi settant'anni è stato rieletto con la più alta percentuale di voti della storia delle elezioni americane. Nonostante i fallimenti in economia, quattro milioni di posti di lavoro in meno, sei milioni di persone che hanno perso l'assistenza sanitaria ed una guerra in Iraq senza vie di uscita. dall'Europa proprio non si riesce a comprendere come questo sia possibile. E ciò dà la misura di quanta distanza ci sia oggi fra le due sponde dell'Atlantico, nonostante metà dell'America, quella Democratica, la pensi come noi. la frattura transatlantica, con altri quattro anni così, è molto probabile che diventi strutturale. La storia è oggettivamente ad una svolta, il dopo Guerra Fredda è finito e l'eterna adolescenza dell'Europa è terminata. Ora l'Europa deve cominciare a camminare con le proprie gambe, perche il papà americano che l'assiste non c'è più. Gli americani hanno in gran numero sottoscritto l'unilateralismo intrapreso da questa amministrazione. Ed ora? Bush sarà chiamato a più miti e multilateralisti consigli per uscire dal pantano iracheno? Può darsi, ma certo il modo di percepire il mondo e la risposta alle sue minacce da parte europea ed americana non è mai stato così differente




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3 novembre 2004

Lunghissima apnea...?

Nell'Ohio il divario tra i due candidati con il 100% dei voti scrutinati è di 136.219 voti in favore di Bush. Bisogna capire se il distacco tra Bush e Kerry in Ohio sia inferiore ai voti provvisori espressi (circa 250.000, secondo i democratici, e solo 130.000 per i repubblicani, voti che appartengono a cittadini che al momento dell'ingresso nel seggio non risultavano ancora inseriti nelle liste elettorali) ma che bisogna decidere se contare. Secondo il segretario di Stato dell'Ohio Ken Blackwell, devono passare comunque 11 giorni perchè quei voti siano contati...

Ragazzi ci risiamo. Questa roba rischia di logorare il paese che vuole "esportare la democrazia". In ogni caso va detto che dal conteggio del voto popolare emerge una chiara maggioranza a favore di Bush, e questo, forse, è ancora più inquietante...

 




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3 novembre 2004

Ohio e New Mexico

20 grandi elettori l'uno, 5 l'altro. Il vincitore passa da qui... la partita è ancora aperta...




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1 novembre 2004

Election day dai DS Trastevere

Martedì 2 novembre,
dalle 21.30 in poi
tutti ai DS di Trastevere (via Masi 2) per seguire i risultati delle
ELEZIONI AMERICANE!
Vi aspettiamo!
 
Qui videomessaggio finale di Kerry!!!
 




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1 novembre 2004

Election day, ci siamo!

Riporto qui un pezzo della fiduciosa mail che ho ricevuto ora dall'Arizona. Domani sera vogliamo darci appuntamento tutti alle nove e mezza ai DS di Trastevere (via masi 2) per condividere le palpitazioni tutti insieme? Incrociamo le dita!!!

But I wanted to let you know, before the votes are counted, that there is growing optimism in our ranks about the prospects for "wiping the smirk off the face of that man in the White House."  See www.dailykos.com for the latest "straws in the wind."

Chris and Mike Moffo have been working feverishly as adjuncts to the New Mexico campaign (they're headed today out to an Apache reservation near the Arizona border), but the Arizona campaign machine that Mike had set up is purring along in the hands of the locals.  They had registered 450,000 new voters -- and Bush only carried Arizona by 60,000 votes last time.  Chris in particular really wishes you could be here for the Finale.




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29 ottobre 2004

Il futuro della Costituzione europea

La firma del Trattato costituzionale il 29 ottobre a Roma è la coronazione simbolica del “sogno europeo”,  il modello culturale e politico del Vecchio Continente  cui allude l’ultimo best seller dell’analista americano Jeremy Rifkin? Certamente no, anzi. Per poter entrare in vigore la Costituzione europea (che dal punto di vista strettamente giuridico è un trattato internazionale) richiede la ratifica di tutti i venticinque paesi membri dell’UE, attraverso il voto dei parlamenti o l’approvazione da parte di referendum nazionali. Stando alle norme vigenti, la mancata ratifica da parte di un solo paese bloccherebbe tutto il processo, aprendo una crisi politica dell’Unione che, visti i chiari di luna che ci sono oggi in Europa, potrebbe diventare irreversibile.

Sull’onda del dibattito suscitato dalla Convenzione europea ad oggi ben undici paesi hanno deciso di convocare referendum popolari per la ratifica (che si svolgeranno nel corso dei prossimi due anni) che potrebbero rivelarsi molto minacciosi per l’entrata in vigore della Costituzione. A partire da quello in Gran Bretagna, dove la maggioranza euroscettica del paese, capeggiata oltre che dall’opposizione interna anche dall’autorevole settimanale The Economist, vuole sfruttare questa opportunità per affondare definitivamente Tony Blair sull’altare di uno dei suoi cavalli di battaglia, quello appunto dell’europeismo.

Non meno a rischio è la situazione in Francia, dove il Presidente Chirac, dopo aver perso le ultime tornate elettorali, ha lanciato il referendum europeo sapendo che su questo tema la sinistra, in crescita, si sarebbe spaccata. Il complicarsi poi del dibattito politico in merito all’adesione della Turchia all’UE rischia di mettere il carico da undici su una situazione dagli esiti già estremamente incerti. Una bocciatura francese, evitata per un soffio nel 92’ con il Trattato di Maastricht in un clima completamente diverso, sarebbe un colpo politico quasi letale per l’intera Unione.

Incognite pesanti gravano anche su Irlanda e Danimarca, protagoniste in passato di clamorose bocciature dei trattati ed ancora oggi attraversate da forti umori euroscettici. In caso di mancata ratifica sarebbe più difficile delle precedenti occasioni tornare dai cittadini a chiedere di pronunciarsi di nuovo. Più positiva è invece la situazione negli altri paesi che hanno deciso di chiamare i cittadini alle urne: oltre a quelli del Benelux, anche Spagna, Portogallo e Repubblica Ceca dovrebbero approvare senza problemi. A questa lista dovrebbe poi aggiungersi la Polonia, dove il Presidente della Repubblica e il Ministro degli esteri hanno  annunciato di voler affrontare il referendum, anche se dagli esiti tutt’altro che scontati.

E l’Italia? Nel paese tra i più filoeuropei dell’Unione, la ratifica per via referendaria (inizialmente auspicata da molti) avrebbe richiesto una riforma costituzionale dai tempi lunghissimi. La via parlamentare che si è scelta, certamente più rapida, consentirà all’Italia ad essere la prima a ratificare il nuovo Trattato, probabilmente già entro dicembre. Tempismo dal chiaro – e speriamo ben augurante – significato politico che limiterà, tuttavia, un ampio dibattito nazionale.

La costituzione europea ha dunque davanti a sé mesi, o forse anni, davvero difficili. La posizione degli europeisti delusi che sperano in una bocciatura del trattato per poi riscriverne uno migliore (come crede parte della sinistra francese) è suicida. Se non passerà questo Trattato sarà molto difficile che possano essercene degli altri. Quella parte della classe dirigente europea che usa il delicatissimo tema della ratifica pensando a logiche di politica interna mostra di non capire il valore della posta in gioco. Forse mai come oggi, infatti, esso è stato così alto. 




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26 ottobre 2004

Da Roma all'Arizona

Scusate, sono stato molto impegnato per lavoro. Siamo agli sgoccioli della campagna elettorale. Ogni giorno notizie di segno diverso. Oggi quella bella del sorpasso di Kerry. di nuovo. Colgo l'occasione per pubblicare qui un articolo (tradotto non da me dall'inglese) che ho scritto per una rivista online, caffèbabel, tradotta in cinque lingue e letta in diversi paesi europei

Da Roma all’Arizona per John Kerry
Raffaello Matarazzo, membro del Consiglio Municipale di Roma e dell’Istituto Affari Internazionali spiega le ragioni che lo hanno spinto, nell’agosto 2004, a diventare volontario per la campagna di Kerry.

L'autore in compagnia di John KerryPerché un consigliere comunale romano dovrebbe viaggiare nel sud-ovest americano e schierarsi in una campagna per le elezioni americane? La risposta la troviamo nella profonda apprensione che prova la gente in Europa e nel resto del mondo per quanto riguarda la direzione che l’America sta prendendo, trascinando a sé tutto il pianeta. Se è vero che il 2 novembre saranno solo gli americani a votare, quel giorno potrà esser per tutti noi una svolta, dalla quale dipenderà il nostro destino comune.

”Siamo tutti americani”: do you remember?

La recente ondata di anti-americanismo che sembra colpire l’Europa può forse essere attribuita alla brusca deviazione compiuta dall’America sulla strada sbagliata, deviazione cominciata solo alcuni mesi dopo che il mondo le si era stretto attorno. L’11 settembre 2001, alle tre (ora italiana), un collega faceva irruzione nel mio ufficio a Roma per dirmi, con le lacrime agli occhi, del disastro appena visto in TV. In tutt’Europa sentimmo che l’attacco contro le Torri Gemelle non era solo un attacco agli Stati Uniti, ma un attacco al cuore della nostra civiltà; in tutt’Europa vedemmo quella ferocia compiuta a sangue freddo come un colpo inferto ai valori della pace e del diritto nei quali, americani ed europei, avevamo confidato. Le Monde, il più importante quotidiano francese, titolò: “siamo tutti americani”. Dopo l’attacco dell’11 settembre, intorno agli Stati Uniti si strinse la coalizione internazionale più vasta della storia umana: non solo l’Europa, ma anche Russia, Cina, governi del mondo arabo e tutti i membri delle Nazioni Unite, tutti si unirono per ricercare i terroristi responsabili di questo atto e per sconfiggere Al Qaida.

Poi le cose cominciarono ad andar male...

Dopo la guerra in Afghanistan, combattuta con l’avallo delle Nazioni Unite, l’Amministrazione Bush prese di mira l’Iraq. Andò avanti nonostante l’avvertimento, di arabi ed europei, che un attacco all’Iraq sarebbe stato una follia; che gli iracheni avrebbero opposto resistenza all’invasione con una guerriglia accanita, e che questo avrebbe fatto sorgere migliaia di nuove, e sempre più agguerrite, reclute per il terrorismo islamico. George Bush era più che determinato a dichiarare guerra, anche dopo che gli ispettori delle Nazioni Unite erano tornati dall’Iraq senza aver trovato armi di distruzione di massa. La decisione di Bush di partire in guerra contgro Saddam ha così spostato fondi e forze dalla lotta al terrorismo all’invasione e all’occupazione dell’Iraq. Risultato: la simpatia internazionale, manifestata nella lotta comune al terrorismo, si è trasformata in indignazione contro Washington per una guerra senza reali giustificazioni, mandando all’aria la storica unità mondiale realizzatasi dopo la caduta del muro di Berlino e consolidatasi ulteriormente dopo l’attacco alle Torri. Quella scelta ha isolato gli USA ed ha gettato benzina sul fuoco anti-americano.

Washington, un pericolo per la pace?

In Europa ed in tutto il mondo la politica aggressiva dell’Amministrazione Bush ha creato una nuova immagine negativa di un’America che non rispetta il diritto internazionale, che prima pensa a sparare e poi a porsi i problemi. Incredibilmente la maggioranza degli europei vede in Bush, a pari merito con la Corea del Nord, il secondo pericolo più grande per la pace nel mondo. In tutti i paesi analizzati di recente dal Pew Research Centre ampie maggioranze hanno una opinione negativa di Bush; se Bush rappresenterà la leadership americana, il mondo certo non le si accoderà.
La guerra in Iraq ha creato un pantano dal quale sarà molto difficile per gli americani, e per noi italiani che abbiamo seguíto, uscire. L’amicizia tra Italia e USA è storicamente molto salda: a differenza degli iracheni, gli italiani della seconda guerra mondiale accolsero realmente gli americani con i fiori, perché liberatori da un fascismo che ci era nato in casa. Vent’anni fa ci siamo uniti agli americani nell’operazione di peace-keeping in Libano, undici anni fa in Somalia. Ma nel marzo del 2003, tre milioni di italiani scesero in piazza per protestare contro la decisione di Bush di dichiarare guerra all’Iraq. E altri milioni di persone fecero lo stesso in ogni angolo del globo.

L’Europa ed il mondo intero vogliono cooperare con un’America che condivida i valori universali di libertà, democrazia, rispetto della legalità e devozione alla pace. L’America era rispettata ed ammirata ovunque nel mondo quando i suoi leader si impegnavano per questi valori. Ai tempi di Bill Clinton, ed anche con il padre di George W. Bush, Europa e Stati Uniti lavorarono fianco a fianco per affrontare le sfide comuni. Il mondo ha bisogno di quel tipo di leadership americana, e la stessa America non può permettersi un leader che promette una “marcia per la libertà”, fatta di truppe inviate al macello di una guerra senza fine. Questo è il motivo per cui sono venuto in Arizona a fare il volontario per la campagna di John Kerry. Spero che le persone che ho incontrato in questo soggiorno sapranno fare, il 2 novembre, la scelta giusta. Per tutti noi.




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13 ottobre 2004

Se le elezioni fossero oggi...




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13 ottobre 2004

Approfondimenti...

Fra i numerosi "Speciali" sulle elezioni americane che stanno fioccando in questi giorni nelle edicole, mi permetto di segnalare l'ultimo numero di Aspenia interamente dedicato al tema, con diversi articoli degni di nota, e, forse ancor di più, l'interessantissimo approfondimento di "The Economist" che, con spirito investigativo  meticolosamente anglosassone, analizza la campagna elettorale e le proposte dei due candidati tema per tema, dall'ambiente, alla politica estera, ai valori ecc... Chi volesse fornire ulteriori segnalazioni è ben accetto... Sul dibattito finale di questa notte, invece, è degno di nota questo. Buona visione a todos...

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