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"Some men see things as they are and ask: why? I dream things that never were and ask: why not?" Robert Kennedy


 

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15 novembre 2004

Nostalgia canaglia...

Il mio viaggio in Arizona per John Kerry.

 

Lo scorso anno nel posto dove lavoro è venuto a fare uno stage un ragazzo americano laureando all’Università di Harward, di nome Chris. A dispetto delle aspettative altisonanti suscitate dalla notorietà della sua Università, Chris è un ragazzo molto alla mano figlio di insegnanti del New Jersey, simpaticissimo e con una gran voglia di vivere. Siamo subito diventati amici, e per tre mesi l’ho scorrazzato in giro per l’Italia facendogli conoscere un po’ del nostro meraviglioso paese. La sera, a volte, l’ho portato anche alla festa dell’Unità di Roma, raccontandogli un po’ della storia politica italiana e mettendolo in contatto con una parte del mondo ex comunista dove un tempo i suoi concittadini credevano si mangiassero i bambini. Alla festa dell’Unità Chris, invece, si è innamorato delle salsicce…

Così quest’anno, ad Agosto, lui ha pensato di ricambiare l’accoglienza invitandomi niente popò di meno che in Arizona, nel ventre dell’America profonda, a fare la campagna elettorale per il candidato alle elezioni presidenziali John Kerry. Lì il fratello maggiore di Chris, Mike Moffo, a soli ventiquattro anni era il coordinatore territoriale della campagna del partito Democratico.

Il “Quartier Generale” dei democratici era a  Phoenix, la capitale, una città molto vasta, piena di grattacieli senza grande identità, priva di un vero e proprio centro e dove d’estate la temperatura raggiunge i 45 gradi.

All’arrivo dall’interminabile viaggio aereo, esausto dal sole che mi inseguiva da 24 ore senza mai tramontare, Chris mi ha accolto a braccia aperte sventolando la sciarpetta della Roma che gli avevo regalato l’anno prima. Senza neanche passare a casa a scaricare i bagagli ci siamo precipitatati alla sede del Comitato: un prefabbricato basso basso, fra quel mare di grattacieli, ma con un clima accogliente e molto operoso (a parte l’aria condizionata che era quasi da colpo apoplettico!). Le montagne di volantini e manifesti rendevano l’atmosfera non molto dissimile da quella dei tanti comitati elettorali già frequentati in Italia. A farmi ricordare che ero dall’altra parte del mondo però, erano le due bellissime foto di Bob Kennedy e  Martin Luther King che si stagliavano sulla parete di fondo della stanza più grande. Quando le ho viste ho provato una grande emozione e mi sono sentito decisamente a casa.

Ovunque sui muri c’erano mappe: Phoenix era stata suddivisa, quasi strada per strada, in tanti piccoli riquadri colorati in base all’orientamento politico delle precedenti elezioni (quelle del 2000). Partendo da queste mappe molti volontari si lanciavano in un preciso ed estenuante porta a porta in cui sapevano, già prima di bussare alla porta, quale era l’orientamento politico del residente e quindi quale tipo di messaggio destinargli: convincerlo a tornare a votare se aveva votato per i democratici, spiegare nel dettaglio le proposte di Kerry se aveva votato per i repubblicani. Questo era possibile perché in America i cittadini per votare si devono iscrivere a delle liste pubbliche, dichiarando (in alcuni Stati) anche cosa hanno votato alle precedenti elezioni. Alcuni volontari, all’interno del comitato, venivano appositamente allenati ad affrontare i contraddittori.

Guardando la mappa dell’Arizona si capiva subito che la strada sarebbe stata in salita: il rosso (colore dei repubblicani) dominava un po’ ovunque. Questo però non sembrava minimamente scoraggiare i tantissimi giovani che, con entusiasmo e grinta ammirevoli, lavoravano lì dentro dalla mattina presto alla notte. Erano quasi tutti neolaureati provenienti da ogni parte d’America, che avevano già lavorato durante le primarie per Kerry o per gli altri candidati democratici. La cosa che più mi ha colpito nei giorni in cui ho lavorato li, è che nonostante la giovanissima età ed i ritmi molto stressanti, fra loro c’era un grandissimo spirito di collaborazione, nessuna competizione e una chiara distinzione dei ruoli. Tutti erano dotati di una grande cultura dell’organizzazione.

L’accoglienza nei miei confronti, forse perché ero stato presentato da Chris, è stata molto  calorosa. Li entusiasmava l’idea che un consigliere municipale di Roma avesse fatto tutti quei chilometri per andare a dargli una mano. Mi hanno subito riservato una scrivania con un computer portatile e mi hanno fatto un’infinità di domande sulla mia attività politica in Italia. Poi hanno organizzato una festa di benvenuto e  mi hanno fatto ubriacare come una zucchina…

A mia insaputa i ragazzi avevano preparato delle locandine con il mio nome e la scritta “Special Guest, Rome city councilor and Research Fellow Raffaello Matarazzo”, che distribuivano nelle “riunioni di caseggiato” (Houseparties)  dove io ero invitato a fare un breve discorso agli elettori americani. Nell’intervento (di circa venti minuti) spiegavo le ragioni per le quali in Europa eravamo molto preoccupati dell’ipotesi di una rielezione di Bush (sigh!) e speravamo nell’elezione di Kerry per un miglioramento del clima politico internazionale. Notavo sempre una certa curiosità nei miei confronti. Molti arizonesi, mi spiegava Chris, non avevano mai incontrato un italiano “in carne e ossa”, perché poco inclini a viaggiare, anche se avevano spesso sentito parlare delle meraviglie del Belpaese. Al termine dell’ intervento i presenti di solito mi facevano domande sull’Europa, su cosa pensavamo della guerra in Iraq, su cosa si pensava di Bush in Italia e, per fortuna raramente, su cosa stesse combinando Berlusconi…

Facendo la campagna elettorale con gli altri ragazzi, abbiamo girato anche diverse cittadine del nord, vicine allo storico Grand Canyon, come Flagstaff, Kingman, o del Sud, come Tucson, e ciò mi ha consentito di entrare nelle case di molti americani “della periferia” o di scambiarci quattro chiacchiere mentre gli davamo i volantini per strada. Nel corso del viaggio non mi è mai capitato di incontrare quell’America cinica ed ignorante che spesso ci immaginiamo da qui, bensì  ho incontrato molta gente, come da noi, preoccupata per la sicurezza del proprio paese e per il futuro del nostro pianeta, angosciata da come arrivare alla fine del mese o dal fatto di non poter garantire l’assistenza sanitaria a se stessi o ai propri figli.  

Il viaggio, durante il quale abbiamo dormito un po’ovunque, spesso anche per terra, è stata un’avventura bellissima e ricca di emozioni, fino a quella della stretta di mano con Kerry in occasione del suo comizio a Flagstaff. Non dimenticherò mai il grintoso entusiasmo dei tanti giovani democratici del comitato di Phoenix. Come mai prima d’ora, ho conosciuto un paese profondamente operoso e dinamico, individualista ed iperconsumista, aperto ma molto spaventato. Ma la sensazione più forte che mi porto dentro è quella di un paese in cui, nonostante l’attuale Presidente, ci sono tante, tantissime persone che politicamente la pensano come noi su molte questioni importanti, dalla sanità pubblica alla guerra, dal Protocollo di Kyoto all’ONU, dal Tribunale penale internazionale fino alla pena di morte. Quest’America il 3 novembre scorso ha perso insieme a noi. Sarebbe davvero un peccato se, risentiti contro la politica di Bush, nei prossimi quattro anni noi europei ci allontanassimo anche da loro. 

 




permalink | inviato da il 15/11/2004 alle 0:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
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